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È solo lasciando la certezza per addentrarci nei terreni sconosciuti, del mondo e del nostro essere, che possiamo ritrovare un nuovo ‘noi stessi’. Questo processo assume la forma del rito iniziatico tipico delle società tribali – in cui per passare, ad esempio, dall’infanzia alla vita adulta era necessario superare una prova in un luogo distante dal villaggio ed al ritorno la società tutta riconosceva l’iniziato come adulto – ad oggi ormai scomparso nella società occidentale. Come l’iniziando e l’Eroe lasciano le loro case e vanno in cerca di un sostanziale cambiamento, anche i viaggiatori cercano sulla strada ciò che a casa non riescono a trovare. Qualunque cosa il viaggiatore stia cercando, ha bisogno di un atto di movimento per coglierlo.

Nel pieno del viaggio, ci addentriamo nel punto più intenso dell’esperienza. Se fossimo in una foresta, saremmo nella parte più fitta e tenebrosa. Nella parte centrale del viaggio, siamo nel momento in cui tutti gli eventi particolarmente intensi ci toccano e ci fanno fremere. Sono eventi che ci rendono più consapevoli di alcuni aspetti di noi stessi attraverso una messa alla prova estrema.
Tali momenti possono essere rappresentati da situazioni, luoghi o incontri. Ciò che li accomuna è proprio la sensazione di percepire le cose in modo diverso da quello di sempre: può essere qualcosa che ci tocca sul vivo, che ci sconvolge, che ci fa arrabbiare, che mina tutte le nostre convinzioni, che ci mostra le nostre fragilità ed infrange certezze.
In questi casi è importante in primo luogo, non fuggire dall’esperienza, ma piuttosto chiederci: cosa ce ne facciamo di questi eventi? Ovvero come possiamo trasformarli in qualcosa di positivo per le nostre vite? Non chiediamoci perché (perché mi è successo questo? Perché a me? Etc.), sarebbe, ora più che mai, una domanda inutile. In questi casi dovremmo comportarci da Eroi. L’Eroe, ci ricorda Rebillot, è quell’aspetto della personalità che dice “sì” alla vita e all’avventura, quella parte di noi che stabilisce uno scopo e che si impegna per raggiungerlo. Questo delicato momento del viaggio è il momento in cui ci scontriamo con i nostri limiti e le nostre paure ed è qui che si svolge la nostra esperienza di morte e rinascita. Non dobbiamo scappare.
Non dobbiamo dimenticare che, in momento intensi ed “estremi” dell’esperienza ricorreremo – in modo più o meno consapevole – a delle risorse personali che nemmeno pensavamo di avere.

Ma perché è così difficile fidarsi di tali risorse e partire serenamente?
Ogni volta che pensiamo a noi stessi in modo positivo, un’altra parte di noi ci strattona dicendo: stai mentendo a te stesso, non ci credi neppure tu. È quello che ci rende la vita difficile ogni volta che stiamo bene. Bly, ispiratosi a Jung, chiama questa vocina (insieme ad altri comportamenti sabotanti) “il demone” ed intende il demone come un insieme di ombre definendolo come quelle parti oscure di noi stessi, che ci portiamo appresso chiuse in un sacco. Ecco, affinché il viaggio realizzi la sua funzione curativa, occorre, ad un certo punto, incontrare il demone.
Ma attenzione la soluzione non è sconfiggere il demone – esso è pur sempre una parte di noi – ma dobbiamo cercare con lui un contatto costruttivo. È molto difficile individuare il demone interiore e altrettanto difficile è dialogare con lui per giungere ad un accordo e ad una integrazione.
Demone, ombra, mostro interiore, possiamo dargli molti nomi ma rimane sempre la parte oscura dentro di noi, quella che dobbiamo riconoscere e integrare per crescere e giungere alla nostra rivoluzione ed evoluzione interiore. Non dobbiamo nasconderlo o ignorarlo, la soluzione è guardarlo negli occhi, solo così potremmo liberarci dalle nostre ombre e su di noi potremmo riportare il sereno.

estratto da Travel Counseling, il viaggio come strumento di crescita personale, di Alice Bianchi, Erickson edizioni 2019

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