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19 novembre 2019

Eccomi qui, nell’isola più lontana e remota del mondo. Nella casa più remota e lontana dell’isola. Fuori c’è vento, forte direi, ma d’altronde qua non ci sono né alberi né montagne a placarlo.

Vedo l’oceano Pacifico se mi giro a sinistra.

Sono ormai 16 giorni che sono partita da Venezia, e ancora la sensazione di semi smarrimento non passa. Mi sto ancora lasciando trasportare dagli eventi, ma sono serena, solo un po’ smarrita. La notte sogno molto come sempre, e ahimè spesso sono sogni con persone che preferirei non sognare.

Sono giorni che vorrei prendermi del tempo per raccontare come la mia vita mi si sia trasformata a poco a poco dal febbraio 2019, a oggi.

A febbraio ero un’imprenditrice demotivata, alla continua ricerca di stimoli e nuove forme di libertà. Avevo due aziende, qualche storia d’amore passeggera, qualche caro amico, una casa, un’auto e un rapporto controverso con mia madre e la figura materna.

Oggi sono all’isola di Pascua, non più imprenditrice, con altri 3 mesi di viaggio in Sud America davanti a me, senza lavoro, senza auto, con i soldi contati e da sola. E come sto? Meglio di come stavo a febbraio.

Tutto è nato dall’ansia che oramai si era impossessata inesorabilmente di me, e non mi lasciava andare. Ogni mattina un pugno premeva sul mio sterno, a volte facevo fatica persino a respirare e la nausea era la mia peggior nemica. Ogni ottobre, quando le giornate si facevano più buie, più piovose e più fredde iniziava per me il supplizio più forte. Mi interrogavo sulla mia vita e mi sentivo estremamente sola e fuori posto. Non che lo fossi davvero, ma la sensazione di solitudine era a tratti molto forte. Scoprii poi che quella sensazione veniva dagli abbandoni e dai rifiuti ricevuti durante la mia vita. Nulla di tragico o grave, ma comunque piccoli traumi da elaborare.

Un’amica a cui avevo dato inconsciamente il ruolo di “madre surrogato” (perché sempre alla ricerca di colmare quel bisogno che ancora al tempo comprendevo poco) aveva appena concluso un corso per diventare counselor, e l’analisi che era riuscita a fare del mio “malessere” mi aveva convinta circa l’efficacia di un possibile percorso di Counseling.

Non lo cercai, ma come tutto quello che mi è capitato negli ultimi mesi, è venuto lui, anzi lei da me.

Occupandomi di viaggi ed essendo una viaggiatrice nell’anima, mi venne dal nulla inviato un link di un sito web: Travel Counseling di Alice Bianchi.

La cosa mi incuriosì immediatamente e decisi senza pensarci troppo di chiamarla e chiederle di spiegarmi il suo lavoro; l’intento iniziale era quello di creare una partnership lavorativa.

Feci una stimolante e lunga chiacchierata con Alice, mi spiegò che il mezzo attraverso il quale riusciva ad aiutare le persone era il viaggio, o meglio, grazie al viaggio le persone potevano meglio elaborare il percorso fatto con lei. Mi colpì subito l’idea di utilizzare qualsiasi mezzo creativo, a seconda della propria indole, durante, prima o dopo il viaggio, per meglio focalizzare gli aspetti emersi con lei.

Al tempo ancora non mi era chiara l’efficacia di questo metodo, ma mi piaceva l’dea di fare delle foto particolari, o scrivere o disegnare, o qualsiasi altra cosa fosse adeguata per lasciar comunicare l’inconscio e osservarlo. Per me un grande e misterioso nemico a quel tempo.

In fondo si teme sempre ciò che non si riesce a capire.

Trascorse qualche mese, e mi era sempre più chiaro che a 30 anni era arrivato il momento di affrontare certi fantasmi, e non sapevo quanto grandi potessero essere, migliorare il mio rapporto con me stessa e di conseguenza con chi mi stava intorno.

Ad essere sincera il mio obbiettivo iniziale era migliorare il mio atteggiamento verso le amicizie, migliorare la mia comunicazione, o meglio in parole tecniche risolvere la “distonia” tra ciò che la mia faccia o i miei toni esprimevano e ciò che in realtà provavo.

Ad esempio in situazioni in cui non mi sentivo a mio agio perché emergeva un po’ di timidezza o tristezza o paura, le mie espressioni facciali ed il mio atteggiamento mostravano invece disgusto, rabbia o fastidio.

Sono sempre stata molto dura con me stessa, e l’unico modo con cui ho sempre affrontato i problemi, una volta diventati insostenibili, è sempre stato con le mie “terapie d’urto”; in questo caso quindi decisi di iniziare un percorso di psicoterapia, e di abbinarlo ad un percorso di Counseling, anzi di Travel Counseling. Two is megl che uan J

Fu così che andai a Milano per conoscere di persona Alice.

Pensare oggi al nostro primo incontro, agli obbiettivi che mi prefissai con il suo aiuto quel giorno, o meglio alla nostra ultima sessione, è davvero sconvolgente. Sono passati vari mesi (circa 10) da quel giorno, e l’evoluzione fatta è stata enorme, oltre al fatto che i primi obbiettivi fissati quel giorno sono stati tutti raggiunti.

Andavo una volta alla settimana dalla psicologa e una volta a settimana facevo un incontro su skype con Alice (intervallato per i primi mesi con incontri a Milano).

Fin dall’inizio, parlando prima con una e poi con l’altra specialista, sapevo che i due percorsi non avrebbero assolutamente interferito l’uno sull’altro, né creato in me confusione, né sarebbero stati controproducenti fatti assieme.

Lo sapevo non perché sono un’esperta, ma perché entrambe sono riuscite a spiegarmi in modo chiaro e semplice su cosa avremmo potuto lavorare e come; appresi che per quanto sempre di mente si parli, le sfaccettature sono molte e i metodi per aiutare la psiche altrettanti.

Se dovessi descrivere le differenze tra l’una e l’altra direi che mentre il percorso di Counseling fatto con Alice mi aiutava a saziare la mia immediata sete di azione e “risoluzione” dei problemi / comportamenti di tutti i giorni, la psicoterapia scavando nel profondo mi aiutava a rispondere alla domanda “perché quegli atteggiamenti, quella sofferenza o quella rabbia?” da dove nascevano.

Affrontai il percorso di Counseling anche perché a gennaio decisi di fare un viaggio in Cile da sola a fine febbraio, quindi sapevo di avere il mezzo pronto per ciò che ci sarebbe servito durante le sessioni. E fu davvero così, potei affrontare e mettere alla prova molto di ciò che era emerso durante gli incontri con Alice, e soprattutto mi diede i mezzi per riuscire ad osservarmi, comprendermi ed accettarmi.

Con Alice riuscivo a dare dei nomi “simpatici” ad alcuni atteggiamenti che prima non capivo, ogni sessione era stimolante e mi ha sempre lasciato una grande carica; non è sottovalutabile il potere degli esercizi creativi, o del descrivere sé stessi da fuori dando dei nomi a parti di sé nel percorso di autoanalisi.

Non lo so se per tutti potrebbe funzionare, ma a me calzava a pennello. Tutto ciò che rimaneva fuori riuscivo a comprenderlo grazie alle sedute con la psicologa, andando come già detto in profondità, alla ricerca della radice di quegli atteggiamenti.

Ancora non lo sapevo ma quel viaggio in Cile non sarebbe stato l’unico nel 2019.

A maggio successe l’inevitabile e venne dichiarata la fase terminale delle mie aziende in crisi da ormai qualche anno. Lo shock fu molto forte, ma per fortuna ero già inserita in quel cammino di cambiamento che avevo in qualche modo attirato, e lavorai con ancora più volontà con entrambe (psicologa e counselor) per venirne fuori.

Fu un mese intenso, seguito da altri mesi intensi, in cui ero metaforicamente parlando in carne viva: suscettibile e vulnerabile. Avevo scoperchiato vari vasi di pandora durante i miei percorsi e ora se ne stava scoperchiando un altro bello grosso: il mio lavoro.

A 21 anni, un po’ per caso, un po’ per cieca passione e impulsività e soprattutto per intraprendenza, aprii la mia azienda. 11 anni dopo la vedevo fallire. Non è stato facile, partendo dal presupposto che l’identificazione era molto forte, e l’autostima di conseguenza, molto bassa.

Mi sentivo persa, impaurita, non sapevo che altro avrei potuto fare.

Le cose oggi sono diverse, e non perché questa è la classica storia di declino e fallimento e poi trionfale risalita (o almeno non ancora); ma perché ho deciso di vivere questa situazione in modo diverso, o meglio riesco a viverla in modo diverso. Non ho più attacchi di ansia, e ho deciso di sfruttare quello che è accaduto come un’opportunità. L’opportunità di viaggiare per quattro mesi da sola a 32 anni; l’opportunità di capire che cosa voglio fare davvero nei prossimi 10 anni; l’opportunità di mettermi alla prova realmente e vedere se questi mesi di auto osservazione ed analisi hanno dato davvero dei frutti; l’opportunità di tornare a fare esperienze semplici che mai avevo fatto o che non facevo da anni e anni (come fare la cameriera in una caffetteria dell’isola di Pascua, o lavorare in un ostello in cambio di vitto e alloggio a Santiago del Cile, o piantare e fare conserve di marmellate nella valle delle stelle al nord del Cile).

Non posso dire di essere risolta, ma in fondo chi lo è davvero?

Ora sono felice di svegliarmi la mattina e accettare di avere paura e di poter essere timida; sono felice di riuscire a gestire le aspettative che una volta erano il mio albero maestro. Ne ho di strada da fare ancora, soprattutto nei prossimi 3 mesi, ma ogni giorno è diverso e ogni giorno cerco di osservarmi e apprezzare quello che faccio.

Credo che pochi professionisti siano davvero fatti per il lavoro che fanno, talvolta per mancanza di passione, talaltre per mancanza di studio. Posso dire di essere la prova che Alice è davvero una professionista completa, di quelle che ti fanno esclamare “ma come hai fatto?”.

Concludo con una poesia che più volte mi è stata mandata, da persone diverse e non collegate tra loro… una sorta di mantra che mi ha scelta evidentemente, e che descrive perfettamente il mio percorso e la mia strada:

“Caminante, son tus huellas el camino y nada màs; caminante, no hay camino: se hace camino al andar. Al andar se hace camino, y al volver la vista atràs se ve la senda que nunca se ha de volver a pisar. Caminante, no hay camino, sino estelas en la mar” .

Elena

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